ANTIGONE E ALCESTI NELLA 61ª STAGIONE TEATRALE DELL’INDA

Gabriella Maggio

Una scena dell’Antigone -Ph. Inda

Antigone e Alcesti, due donne accomunate dalla dedizione alla famiglia, pronte al sacrificio di sé, ad andare incontro alla morte per un fine nobile, seppellire il fratello Polinice, salvare la vita al marito Admeto. Ma non hanno altro in comune. L’Antigone, rappresentata da Sofocle per la prima volta ad Atene alle Grandi Dionisie del 442 a.C. , ci riporta a Tebe alla guerra tra i due figli dello sventurato Edipo, Eteocle e Polinice, per conquistare il potere della città, di cui si è proclamato re Creonte. Col piglio di un dittatore Creonte ordina che Polinice, morto in battaglia, non debba avere sepoltura. Antigone disubbidisce e viene per questo condannata a morte. La donna si suicida seguita dal figlio di Creonte, Emone, di lei innamorato, e da quello della moglie del tiranno, Euridice, che gli rifaccia di avere spinto il figlio alla morte . Sofocle mette in risalto il conflitto tra moralità e autorità dello stato secondo un’inconciliabile polarità. Anche la linea  dei percorsi scenici di Creonte e Antigone  è di segno opposto. Antigone rimane inalterata dal principio alla fine, nella consapevolezza dolente di una vocazione di solitudine e di morte, mentre Creonte precipita dal potere supremo a una condizione d’impotenza e disperazione : “la colpa di tutto questo è mia soltanto”. Il messaggio di Sofocle alla città di Atene, a Pericle e ai Sofisti è quello di abbandonare l’orgogliosa convinzione di essere la misura esclusiva del reale: “ ai mortali non è concesso sfuggire alla sorte fissata…essere saggi è il principio della felicità. Bisogna sempre rispettare gli dei. Le parole superbe degli arroganti si pagano con colpi pesanti…”. Ogni generazione, dice il regista Robert Carsen, legge in modo diverso il conflitto tra Creonte e Antigone. È vero. Ma non bisogna trascurare che Antigone, pur immobile nell’eroicità della sua visione del mondo, commette il medesimo errore del suo antagonista, rifiutando di accettare il meccanismo spietato delle forze che limitano l’individuo. Tuttavia proprio nell’ambiguità di questa autoaffermazione, che porta l’eroina alla morte, Sofocle da grande poeta  ne sancisce la grandezza. Da qui nasce il fascino che ancora oggi circonda il personaggio.  L’Antigone è stata proposta nella traduzione di Francesco Morosi con Camilla Semino Favro nel ruolo della protagonista e Paolo Mazzarelli in quello di Creonte, coadiuvati da un cast di buon livello.

Una scena dall’Alcesti -Ph. Inda

 Molto diverso il motivo che porta Alcesti alla morte. Euripide presenta l’opera probabilmente alle Dionisie del 438 a.C.  in luogo del dramma satiresco nella tetralogia insieme con CretesiAlcmeone a Psofide e Telefo . La vicenda ha origini nel folklore come dimostra il tema della moglie che offre la propria vita in cambio di quella del marito e la lotta dell’eroe per strappare alla morte la sua preda. Nell’antefatto Apollo ha ucciso i Ciclopi con i fulmini con i quali Zeus aveva provocato la morte  di suo figlio  Asclepio. Per punizione Zeus lo obbliga a servire per un anno Admeto, re di Fere. Quando  la morte reclama i suoi diritti su Admeto, Apollo  per sdebitarsi  della gentilezza con cui è stato trattato, fa in modo che il re  possa eludere il destino a patto che un altro lasci la vita al suo posto. Soltanto la moglie Alcesti accetta di morire per lui. L’arrivo di Eracle, così grottesco, e comico, riapre in modo nuovo il racconto perché strappa Alcesti alla morte, restituendola ad Admeto. Il lieto fine o meglio passaggio dall’infelicità alla felicità, Euripide l’aveva già proposto in Elena e in Ifigenia in Tauride. E Aristotele l’aveva trattato  nella Poetica. Tragedia dai contorni quanto mai sfuggenti e passibile di interpretazioni contraddittorie, l’Alcesti è stata additata da Platone (Simposio, 179-180) come un fulgido esempio di dedizione e di φιλία da parte della protagonista, a dimostrazione di come solo chi ama è disposto a sacrificare la vita per la persona amata; con la precisazione che «non solo gli uomini, ma anche le donne». Proprio questa precisazione del filosofo può essere d’aiuto per un’interpretazione del personaggio di Alcesti in chiave meno “romantica” e più consona alla mentalità greca, secondo la quale il dramma fu scritto. Il sacrificio della propria vita per uno scopo alto e nobile, che lasci dietro di sé ammirazione, lode e ricordo, è considerato di solito una prerogativa maschile, un atto di ἁρετή eroica. Al tempo di Euripide era convinzione comune che la vera ἁρετή fosse negata alle donne, ma l’insistenza con cui il poeta sottolinea che  il gesto di Alcesti avrebbe procurato fama eterna a lei e alle donne in genere, dimostra che l’autore era di opinione diversa, e che vedeva nel suo personaggio più il limpido coraggio dell’eroina che la tenerezza dell’innamorata. Dice il Coro: “Sappia almeno Alcesti che gloriosa sarà la sua morte: è di gran lunga la migliore  tra le donne sotto la luce del sole….come dovrebbe essere una donna  per superarla ?” Legato a queste parole vi è il tema della gloria, che costituisce il movente dell’azione per i personaggi (ad esclusione di Ferete, padre di Admeto). Nel κλέος, “ciò che gli altri sentono dire di te”, rivendicato in primo luogo dalla protagonista, si può individuare quel prestigio che deriva dal riconoscimento sociale della virtù, che costituisce un surrogato dell’immortalità e un compenso postumo, dopo la riduzione dell’individuo al nulla. L’Alcesti è la prima meditazione sulla morte (evidenziata dall’unicum del ritorno alla vita della protagonista) a noi pervenuta, nella storia dell’Occidente, e pertanto la prima meditazione sul problema che per eccellenza è proprio della metafisica, secondo Carlo Diano, e del quale essa rivela, le antinomie. Il tema consente di verificare la consistenza dei legami familiari e sociali: coloro che sembrano φίλοι, o che tali si rivelavano a parole, di fronte alla morte dimostrano la loro vera natura di esseri tenacemente attaccati alla propria ψυχή a scapito di quella altrui, come il vecchio Ferete. Ma l’Alcesti pone anche il tema di Ἀνάγκη della necessità, inevitabilità, del nodo del fato che nessuno può sciogliere, nemmeno gli dei, e che lega tutti a tutto. L’Alcesti è proposta nella traduzione di Elena Fabbro per la regia di Filippo Dini. Deniz Ozdogan nel ruolo di Alcesti, Aldo Ottobrino in quello di Admeto e tutto il cast hanno entusiasmato il pubblico.

 

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